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Osservatorio sul Commercio Mondiale promosso da Rete Lilliput, Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, Roba dell'Altro Mondo, Mani Tese, Crocevia e Gruppo di Appoggio al Movimento Contadino Africano, tra le organizzazioni promotrici della Campagna Questo Mondo Non è In Vendita e aderenti al network internazionale Our World Is Not For Sale. Un blog per informarsi e capire, ma soprattutto per r-ESISTERE e re-AGIRE
TradeWatch

mercoledì, 26 gennaio 2005
 
 L'Ambiziosa Europa rilancia il negoziato GATS
Il 25 gennaio 2005, la Commissione Europea ha consegnato le sue nuove "richieste" di liberalizzazione nell'ambito del negoziato per il rinnovo dell'accordo sul commercio nei servizi (GATS).
Peter Mendelson, commissario al commercio, ha affermato che "Le nuove richieste chiariscono l'ambizione europea [...] i nostri partner devono essere ugualmente ambiziosi".
Rispetto alla prima versione, consegnata nel giugno 2002, il numero complessivo di paesi è diminuito di 6 unità (103 le nuove richieste rispetto alle 109 originali); riguardo ai contenuti non è possibile sapere nulla di sicuro non essendo accessibili i documenti.
Nella sintesi diffusa, sono presenti, come previsto, delle sottolineature sulle richieste relative ai servizi ambientali che comprendono i servizi idrici. E' specificato che le autorità pubbliche saranno libere di scegliere la modalità di gestione dei servizi (operatore pubblico, concessione a privati o partenariato pubblico-privato). Le richieste di questo settore risultano però confermate.
posted by tradewatch | 16:42 | commenti
venerdì, 21 gennaio 2005
 

Confermate le richieste di liberalizzazione dei servizi idrici?
In questi giorni i 25 paesi dell’Unione sono impegnati nel definire gli ultimi dettagli delle richieste di liberalizzazione da rivolgere agli altri paesi membri del WTO; purtroppo, ancora una volta, in maniera riservata, lontano dagli occhi dei parlamentari europei e nazionali e quindi dei cittadini. Sono i membri del Comitato 133 del Consiglio Europeo che si stanno occupando di questo lavoro e nella prossima settimana la Commissione presenterà loro l’ultima revisione dei documenti.Ribadiranno ancora le richieste relative ai servizi idrici o terranno conto delle indicazioni della società civile che in questi ultimi due anni ha pressato i vari governi europei per cancellarle?
In un incontro svoltosi il 28 settembre fra le ONG e il ministro degli affari economici olandesi, allora presidente di turno UE, alla domanda se l’UE avesse intenzione di non confermare nelle richieste la liberalizzazione della categoria dei servizi ambientali, la risposta era stata semplicemente: "Of course not!
" (certamente no!).Qualcuno in realtà pare averci provato, il governo belga nell’incontro del 22 dicembre scorso aveva sollevato il problema chiedendo che per i paesi classificati come meno sviluppati le richieste di liberalizzazione degli acquedotti fossero revocate. Secondo alcune indiscrezioni Germania, Svezia e, a sorpresa, anche l’Italia sarebbero intervenute mostrando delle riserve sulle 72 richieste presentate nel giugno 2002.Il nostro paese avrebbe agito non per motivazioni politiche, cioè non per sensibilità verso i paesi più poveri, ma semplicemente con motivazioni tecniche rivendicato la necessità di coerenza fra richieste ed offerte. Ancora una volta il nostro paese ha perso l’opportunità di assumere una posizione politica autonoma e coraggiosa, continuando il suo percorso di basso profilo.
L’epilogo sembra scontato: le richieste saranno confermate, al massimo conterranno qualche distinguo per addolcire la pillola.

posted by tradewatch | 10:54 | commenti
giovedì, 20 gennaio 2005
 

LA PRIVATIZZAZIONE DELLA VITA/2
La privatizzazione dell’acqua: la neocolonizzazione spagnola dell’America Latina
A più di 510 anni dalla Conquista, la Spagna è ancora in prima fila nel saccheggio delle risorse delle proprie ex Colonie. Se fino all’800 era la Corona a derubare l’oro e l’argento delle miniere latinoamericane, ed a sfruttare i lavoratori nelle piantagioni di caffè e canna da zucchero, oggi il ruolo dei “falchi” è delle imprese transnazionali iberiche. Uno dei settori più interessanti è senz’altro quello legato alla privatizzazione dell’acqua e dei servizi idrici.
La città di Saltillo, con una popolazione di 650.000 abitanti, è la capitale dello Stato di Coahuila, nel nord-ovest del Messico. Importante centro economico, vi hanno sede – tra l’altro – imprese del ramo automotrice (GM e Chrysler) e metalmeccanico, oltre ad un alto numero di maquiladoras.
Nel corso del 2001, il governo municipale – sotto la spinta della Commissione Nazionale dell’Acqua, CONAGUA, a sua volta ‘guidata’ dalle direttive in materia della Banca Mondiale – decise lo smantellamento dell’agenzia municipale di gestione del servizio idrico, e la conseguente creazione di un’imprese mista, Aguas de Saltillo (Agsar).
Secondo CONAGUA “le compagnie locali non hanno la capacità di amministrare i sistemi in forma efficiente, ed il paese non dispone di capitale per finanziare gli investimenti richiesti per modernizzare ed estendere l’infrastruttura esistente”.
Nella scelta del socio privato di Agsar, il municipio di Saltillo scelse Aguas de Barcelona (Agbar), che acquisì il 49% della ex compagnia municipale, pagando solo 8 milioni di dollari azioni il cui valore stimato era di 45 milioni di $. “Si sospetta – denuncia il comitato cittadino promotore di un’azione per lo scioglimento di Agsar – che vi furono accordi segreti, cui parteciparono politici e forse anche rappresentanti di imprese private locali, che potrebbero essere soci messicani occulti dell’imprese”.
Agbar, una delle imprese leader del movimento mondiale di privatizzazione dei servizi idrici, “controlla varie imprese municipali dell’acqua in America Latina, che includono quelli delle città di Cartagena (in Colombia), La Habana e Varadero (a Cuba) e di svariate città cilene – e pretende prendere il controllo del maggior numero possibile dei sistemi acquedottistici in Messico”, scrive ancora il comitato.
Che continua: “L’esperienza delle imprese privare non è stata positiva in Messico. In generale, sono aumentate le proteste degli utenti per le tariffe alte, per le interruzioni del servizio verso utenti morosi ed altri abusi; e si è privilegiato il profitto rispetto alla conservazione dell’acqua e dell’ambiente. Due esperienze che confermano quanto affermiamo sono quelle di Cancún e di Aguascalientes, cui partecipano la compagnia francese Suez (socia di Agbar!), e la divisione acqua di Vivendi - Veolia Environment - Nel primo caso, la partecipazione privata è stata addirittura finanziata con fondi del Banco Mexicano de Obras Públicas, Banobras(!)”.
A Saltillo la gente non può più sopportare l’atteggiamento di Jesús García García, il gerente spagnolo, che “ha diretto l’impresa a paramunicipale in modo arbitrario e prepotente, violando le leggi locali, ingannando il Consiglio d’Amministrazione dell’impresa e il Sindaco della città, e nocendo gravemente agli utenti del servizio”. 
Un indagine promossa dal Governo dello Stato di Coahuila nel corso del 2003, e realizzata dal Ministero del Commercio, ha documentato numerose irregolarità amministrative e legali legate al funzionamento di Agsar, tra cui un aumento delle tariffe molto superiore a quello permesso dal Contratto di Associazione (che lo limita al valore dell’inflazione).
Il danno subito dagli utenti, che chiedono la dissoluzione dell’impresa mista, la ri-municipalizzazione del servizio idrico e l’allontanamento di Aguas de Barcelona da Saltillo e dal Messico, risulta di 5 milioni di $, ma “il Sindaco ed i cinque industriali saltillenses che formano parte del Consiglio di Amministrazione dell’impresa continuano ad ignorare i gruppi di cittadini”.

posted by tradewatch | 16:32 | commenti (1)
 

LA PRIVATIZZAZIONE DELLA VITA/1
La Cooperazione Italiana ed il saccheggio della Baia de Tela, in Honduras.
“La posizione della Corte Suprema di Giustizia, che ha dichiarato immotivato il ricorso presentato dal ex-giudice Roy Medina il 27 febbraio del 2004 – che segnalava l’incostituzionalità del Decreto 90-90, che permette l’acquisto di beni urbani in aree sottoposte al regime dell’articolo 107 della Costituzione (che impedisce la vendita di beni entro 40 km dalle coste del Paese, N.d.R.) – dimostra le macchinazioni che sta realizzando l’élite dominante per offrire come una pignatta il paese in generale e le comunità Garifunas in particolare”.
Secondo la denuncia di OFRANEH (ORGANIZACION FRATERNAL NEGRA HONDUREÑA), le dichiarazioni del ministro del turismo di Honduras, Thierry Pierrefeu, il quale ha affermato che solo grazie al Decreto 90-90 sarà possibile attrarre gli investimenti stranieri, necessari a garantire lo “sviluppo economico” del Paese, sono totalmente false.
“Il signor ministro pare ignorare le ‘leggi’ della maquila, per le quali gli industriali si limitano ad affittare spazi nelle zone industriali, senza realizzare alcun investimento importante, così da poter abbandonare il Paese repentinamente come è successo in diverse occasioni”.
Gli investimenti a cui apre le porte il Decreto 90-90 (e gli interessi in campo in questo momento, di conseguenza) non sono però solo quelli di qualche ricco industriale: la nuova legge rende infatti possibile e legale la privatizzazione delle bellissime spiagge di Honduras, dove vive il popolo indigeno dei Garifunas, afrodiscendenti le cui comunità sono dislocate lungo le coste caraibiche di Honduras, Guatemale e Belize, per la realizzazione di mega-progetti eco-etno-turistici, volti a garantire uno “sviluppo sostenibile” nell’area.
E la Cooperazione Italiana è ovviamente in prima fila. Nel maggio del 2004, il Presidente di Honduras Ricardo Maduro si è incontrato a Roma con il capo del governo, Silvio Berlusconi e con i dirigenti della Segreteria Ministeriale della Cooperazione Italiana. Oggetto degli incontri, secondo quanto dichiarato successivamente dalla Presidenza di Honduras, “sarà la partecipazione del capitale italiano al progetto Bahia di Tela che prenderà inizio il prossimo anno e sarà uno dei maggiori fattori di sviluppo turistico sulla costa atlantica”.
Il grande progetto Bahia de Tela, il cui costo stimato va dai 140 ai 200 milioni di dollari, completa quelle politiche che hanno già realizzato, ad esempio, la consegna del 30% del territorio nazionale alle multinazionali del settore minerario, la privatizzazione dell’acqua (cui partecipa anche il Comune di Roma, attraverso la propria controllata ACEA S.p.A.) e la pianificazione di ulteriori privatizzazioni di terre e boschi con progetti finanziati dalla Banca Interamericana di Sviluppo (nell’ambito del Plan Puebla Panamá), dalla Banca Mondiale (nell’ambito del progetto del Corridoio Biologico Mesoamericano), dal Banco Centroamericano di Integrazione Economica, etc.
Il progetto Bahia di Tela prevede, su una superficie di più di 312 ettari che include la zona del  Parco Nazionale Punta Sal, riserva naturale protetta, la costruzione di infrastrutture come sette complessi alberghieri di lusso, 2000 appartamenti, 6 multi-residences per un totale di 168 ville, centri commerciali, parchi tematici e di intrattenimento.
L’impegno del governo italiano è quantificabile per ora in 500 mila euro, che serviranno per finanziare l’elaborazione di uno studio di fattibilità in cui si identificheranno gli interventi (opere di infrastrutture, acqua e bonifica, di regolamento territoriale, restaurazione di immagine urbana, ecc. per un ammontare approssimato di 40.000.000 di euro).
“Il fittizio concetto di sviluppo che impongono i megaprogetti ed i trattati di libero commercio, non sono pensati per garantire una distribuzione equa della ricchezza. Al contrario, nonostante la crescita dell’economia nell’ultimo anno, non ci sono segnali di un reale sradicamento della povertà, che cresce giorno dopo giorno, specie tra la popolazione rurale”, conclude OFRANEH la proprio denuncia.

posted by tradewatch | 16:31 | commenti
mercoledì, 19 gennaio 2005
 

GATS senz'acqua?
Prosegue, nel consueto riserbo, il negoziato relativo al commercio nei servizi.
L’accordo concluso a Ginevra il 1 agosto 2004 ha stabilito che entro il maggio 2005 i paesi membri dovranno presentare delle nuove richieste e, in vista di una speciale sessione di negoziati prevista in febbraio, i nuovi documenti sono in fase di ultimazione in questi giorni.
Si tratta di redarre una nuova versione delle 109 richieste consegnate nel giugno 2002 ad altrettatnti paesi membri del WTO.
In quella occasione, quando a sorpresa alcune organizzazioni non governative resero pubblico il loro contenuto, fra le altre cose, si scoprì che la Commissione aveva richiesto la liberalizzazione dei servizi di distribuzione di acqua potabile a ben 72 paesi, per lo più in via di sviluppo.
Forte fu la protesta della società civile e della rete internazionale "Questo mondo non è in vendita"; dall’estate 2002 sino al vertice ministeriale di Cancun, svoltosi nel settembre 2003, molto lavoro di sensibilizzazione e di pressione politica è stato svolto in tutti i paesi dell’Unione Europea.
Possiamo aspettarci qualche risultato positivo ora?
Da alcune indiscrezioni risulta che nell’incontro del Comitato 133 svoltosi il 22 dicembre, il rappresentante Belga abbia sollevato il problema e che Austria ed Italia siano intervenute mostrando delle riserve sulle 72 richieste presentate nel giugno 2002.
Pare che il nostro paese abbia rivendicato la necessità di coerenza fra richieste ed offerte evidenziando qualche perplessità sui partenariati pubblico-provati, ottenendo una attenuazione delle richieste, rispetto a quelle originali.
Quale sarà il risultato finale è però impossibile dirlo. Ovviamente ci auguriamo che l’acqua rimanga fuori dal GATS poiché si tratta di una risorsa indispensabile alla vita ed i relativi servizi sono necessari a fornire acqua pulita a tutti gli esseri umani. Il GATS mira a costruire mercati competitivi che riducano al minimo l’intervento delle amministrazioni nazionali e locali. Ma senza il loro intervento non è possibile garantire l’accesso universale all’acqua, come indicato fra i Millennium Development Goals delle Nazioni Unite.
Chiediamo ai governi dell’Unione europea di non perseverare nella direzione contraria.
Liberiamo i diritti, reiventiamo il commercio!
 

posted by tradewatch | 14:17 | commenti
martedì, 18 gennaio 2005
 

Con degli amici così... intutile avere nemici!

(quando l'Unione Europea finge di aiutare i paesi poveri)
Per spiegare la situazione di miseria dell'Africa si è soliti puntare il dito verso l’imperialismo americano e verso istituzioni come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale lasciando in secondo piano l’Unione Europea, anzi, quasi a dimostrarne il ruolo positivo viene messo in risalto il fatto che il vecchio continente è il principale partner commerciale di questi Paesi.
In realtà ciò indica semplicemente lo stretto legame fra l’Europa, l’Africa e gli altri paesi del blocco ACP e la forte influenza economica della politica commerciale comunitaria.
L'UE sta negoziando in questi anni una serie di accordi di libero scambio con 77 paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico (i paesi ACP).
Analizzando quanto sta accadendo sui tavoli negoziali, riteniamo che gli Accordi di Partenariato Economico, così come attualmente delineati, non porteranno benefici ai Paesi ACP. E’ semplicistico e miope pensare che la liberalizzazione economica stile NAFTA e stile WTO sia il mezzo più adeguato per “ridurre ed infine eliminare la povertà”.
Su www.beati.org/wto/epa è in linea una analisi che si occupa degli Accordi di Partenariato Economico UE-ACP ed altro materiale utile.
posted by tradewatch | 09:34 | commenti
 
NON C'E' POSTO NELLA SOCIETA' CIVILE PER OMICIDIO E VIOLENZA
Esprimiamo preoccupazione per le minacce a Walden Bello e ad altri attivisti.
Tradewatch aderisce all'appello diffuso da "Focus on the Global South" relativo alle minacce verso il suo
Direttore Esecutivo, Walden Bello.
Nell'edizione del dicembre 2004 di Ang Bayan, organo ufficiale di stampa del Partito comunista delle Filippine (CPP), Walden è stato individuato come "controrivoluzionario". Il suo nome è stato inserito in una lista di altri quattordici nomi di persone vive e morte. Due delle persone elencate nella lista dei "controrivoluzionari", Arturo Tabara e Filemon Lagman, sono stati già assassinati, l'ultimo solo tre mesi fa. Un altro, Ricardo Reyes, è stato ricercato da operativi del Partito Comunista e del New People's Army (NPA) ed è stato costretto a nascondersi.
Per le persone che hanno familiarità con la storia e le pratiche del Partito Comunista delle Filippine e della sua ala paramilitare, la NPA, il messaggio della lista di controrivoluzionari rivolto a Walden e agli altri è inconfondibile: sei fuori. Tu sei un "nemico di classe" che deve essere eliminato, l'unica cosa che resta in sospeso è dove e come il partito eseguirà la condanna.
Walden Bello è noto in tutto il mondo e i suoi libri sono stati tradotti in molte lingue; ha vinto il prestigioso Premio Nober Alternativo, il Right Livelihood Award, è riconosciuto come uno tra i più circostanziati critici della globalizzazione delle corporations. Tra gli altri nominati nella lista troviamo l'attivista internazionale Lidy Nacpil e Etta Rosales, coordinatrice dell'Human Rights Committee della Philippine House of Representatives.
Walden è stato dipinto, tra l'altro, come un agente dell'imperialismo USA e un avvocato della difesa della Wto che chiede la riforma dell'organizzazione perché essa possa meglio ridurre in miseria la gente. Focus on the Global South è stato dipinto come un ricettacolo di "fondi imperialisti". Organizzazioni e movimenti con i quali Walden e Focus lavorano sono stati etichettati come gruppi "Trotzkisti" o "Socialdemocratici" controrivoluzionari. Il movimento della società civile mondiale che ha facilitato il collasso delle ministeriali della Wto a Seattle e a Cancun è stato descritto come un fronte del capitalismo globale. Questo recentissimo attacco contro la società civile globale è simile a quello portato dai gruppi legati al CPP contro il Forum Sociale Mondiale e contro il processo di Porto Alegre definiti "complotto imperialista" per distogliere il popolo dalla rivoluzione mondiale.
Tradewatch condanna queste minacce ed esprime la propria solidarietà a Walden Bello e a tutte le altre persone inserite nella lista.
Chiediamo al CPP di desistere dai propri intenti e di riflettere sull'inefficacia della violenza come strumento di lotta contro la globalizzazione, in un momento tanto cruciale per le lotte per un mondo più equo e più giusto. 
posted by tradewatch | 09:16 | commenti
martedì, 11 gennaio 2005
 

Quattro candidati per sostituire Panitchpakdi
Il 31 Agosto 2005 sarà l'ultimo giorno di lavoro per il tailandese Supachai Panitchpakdi, attuale direttore generale del WTO.
Come prevedono le regole, nove mesi prima inizia la gestazione del successore e la rosa dei candidati è stata ufficializzata.
Quattro sono i candidati:
Carlos Pérez del Castillo (Uruguay)
Jaya Krishna Cuttaree (Mauritius)
Luiz Felipe de Seixas Corrêa (Brasile)
Pascal Lamy (Francia)
Ufficialmente si tratta di tre rappresentanti di paesi in via di sviluppo e di uno proveniente da un paese industrializzato.
Nei pronostici il meno favorito sembra il brasiliano Correa, mentre molte possibilità sono attribuite a Lamy.
I quattro candidati si presenteranno ufficalmente nel Consiglio generale in programma il 26 gennaio, anche si tratta di facce ben note essendo stato il primo direttore del Consiglio Generale prima di Cancun, il secondo ministro degli esteri del suo paese, il terzo pure e il quarto commissario UE per il commercio estero.
La scelta del nuovo direttore generale avverrà entro la fine di maggio.
Il suo primo incarico sarà quello di gestire la Conferenza ministeriale di Hong-Kong di dicembre.

posted by tradewatch | 11:26 | commenti (1)
 

Oltraggioso GATS
Antigua batte gli USA nella causa sul gioco d’azzardo ma c’è poco da godere. Non si tratta di una vittoria di Davide contro Golia ma del GATS contro tutti noi
Un paio di mesi fa, nel novembre 2004, la corte WTO allestita per dirimere la causa fra Antigua e Stati Uniti d’America sul gioco d’azzardo, ha pubblicato la sua sentenza, spiegando perché ha dato ragione alla piccola isola dei Caraibi.
Il commento alla sentenza da parte di Robert Zoellick, commissario USA al commercio, in procinto di far le valige per un posto al Dipartimento di Stato, è stato lapidario: "assolutamente oltraggiosa".
Cosa centra il gioco d’azzardo col GATS?
Centra, o meglio, rientra nella categoria delle "altre attività ricreative", categoria che gli USA inserirono nella loro lista di impegni nel firmare nel 1994 gli accordi di Marrakesh, GATS compreso.
Cosa centra Antigua con la gestione di questa attività negli USA?
Centra perché via internet da qualsiasi parte del globo si può vendere questo servizio attraverso casinò virtuali e quant’altro, in qualsiasi stato del pianeta e Antigua ha contestato agli USA che in alcuni suoi stati federali vi sono leggi che lo impediscono.
Antigua ha fatto rilevare che negli ultimi quattro anni molti posti di lavoro in questo settore sono stati persi, sostenendo che le leggi americane recentemente varate per precludere il gioco d’azzardo via internet sono una della cause principali di questo declino.
Prima morale della favola: il GATS limita la sovranità dei governi di livello federale, regionale e locale, come avevamo sempre sottolineato.
La sentenza del panel WTO dice in sostanza che se anche alcuni stati hanno deciso di limitare o impedire il gioco d’azzardo, avendo gli USA inserito questo settore in quelli sottomessi alle clausole del GATS, la libertà legislativa di questi stati, su questo punto, è inibita. Federalismo addio.
Seconda morale della favola: le eccezioni alle regole del GATS non valgono nulla. Gli USA avevano infatti fatto appello, nella loro difesa, ad uno specifico articolo che permetterebbe delle eccezioni "necessarie" a difendere "la pubblica moralità". La sentenza ha riconosciuto che la legislazione USA serviva "interessi sociali molto importanti" ma, come avevamo letto in decine di sentenze GATT, gli USA non hanno valutato "ragionevoli alternative compatibili col WTO" e meno restrittive per il commercio.
Terzo morale della favola: Il diritto di ogni stato di "comandare a casa propria" va a farsi benedire.
Da sempre i nostri governi hanno risposto alle nostre richieste con la medesima litania: "il GATS non minaccia il diritto di ogni stato di regolare i servizi al proprio interno", acendo riferimento al preambolo dell’accordo che però tutti sanno non valere nulla rispetto agli articoli del testo in caso di controversia. La sentenza del Panel è micidiale: "la sovranità dei [paesi] membri a regolamentare è un pilastro essenziale della progressiva liberalizzazione del commercio nei servizi, ma questa sovranità termina quando i diritti degli altri membri sono ostacolati".
Quarta morale: i governi perdono ma le aziende vincono.
Se Il dipartimento al commercio USA si è infatti stracciato le vesti, dimenticandosi di essere in prima fila nel premere per la liberalizzazione del commercio elettronico, le imprese americane hanno reagito in maniera diametralmente opposta.
Un portavoce della MGM Mirage, un "conglomerato" di aziende del settore scommesse e gioco d’azzardo ha riferito al Wall Street Journal: "sto andando a scrivere una lettera di ringraziamento ad Antigua"; va anche detto che lo stato Caraibico nel sostenere la propria causa si è avvalsa della Mendel Blumenfeld, una società legale statunitense che vede fra i suoi clienti imprese di questo settore e l’europea Herbert Smith, che si propone come lobbista europea nel settore del gioco d’azzardo e che annovera fra i suoi consulenti l’ex commissario al commercio Lord Brittain.
Che succederà ora?
Gli USA sono ricorsi in appello e tutti attendono il nuovo definitivo verdetto verso la fine di febbraio. Per i governi dei paesi membri, si tratta di un campanello d'allarme in un momento decisivo dei negoziati per il rinnovo del GATS, che prevedono una sessione molto importante proprio nel prossimo mese a Ginevra e lo scambio delle nuove "offerte" entro fine maggio.
Oltraggiosa non è la sentenza, oltraggioso è il GATS e chi l’ha scritto.

posted by tradewatch | 11:00 | commenti
lunedì, 03 gennaio 2005
 
La Wto licenzia 30 milioni di tessili

Il 2005 porterà una vera e propria rivoluzione liberista nell'industria tessile globale e la conseguenza più probabile sarà la perdita di circa 30 milioni di posti di lavoro, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Da ieri non è più in vigore il cosiddetto «accordo multifibra», che da circa trent'anni favorisce l'esportazione dei paesi più poveri attraverso un sistema di quote e tariffe agevolate. La paura maggiore è che la completa liberalizzazione, voluta dall'Organizzazione mondiale del commercio, Omc-Wto, avvantaggerà i sistemi economici che più facilmente competono sul costo della manodopera, non prevedendo i diritti sindacali elementari e non rispettando gli standard minimi del lavoro. È il caso noto della Cina, che potrebbe passare da una quota di mercato mondiale del 17 per cento, nel 2003, a una quota superiore al 50 per cento nel giro di un solo anno. «La responsabilità principale di questa situazione è della Wto ed è la stessa organizzazione che ora deve intervenire per evitare gli imminenti, inevitabili effetti di dumping sociale», ha dichiarato il segretario della Federazione mondiale del lavoratori tessili, Neil Kearney. «Molti di quelli che perderanno il posto nel sudest asiatico saranno costretti a emigrare proprio in Cina, aggiungendosi ai milioni di sfruttati che già ora lavorano per 16 ore al giorno, sette giorni alla settimana, con salari da fame, nessuna tutela previdenziale, di salute e sicurezza e tanto meno con la difesa di un sindacato o la speranza di democrazia», ha aggiunto Kearney. In questi giorni la Federazione ha chiesto di incontrare i vertici della Wto per elaborare urgentemente un programma di ammortizzatori sociali e di occupazione alternativa da proporre ai governi dei paesi più colpiti. In Bagladesh, più di un milione di tessili, in gran parte giovani e donne, sono destinati a restare senza lavoro. Da giorni, infatti, migliaia di operai stanno manifestando per la difesa del posto ma anche contro le nuove leggi del governo che ha portato a 72 ore l'orario standard settimanale. Si prevede che lo stesso numero di esuberi riguarderà presto l'Indonesia, mentre sono tra i 200 e i 350 mila quelli stimati per lo Sri Lanka. Le politiche neoliberiste non danneggeranno però solo l'area del sudest asiatico, già martoriata dallo tsunami.

In Africa la produzione tessile si è concentrata e ha permesso una speranza di sviluppo soprattutto nelle isole Mauritius, in Madagascar, in Uganda, in Kenya e nel Lesotho. «In due anni la minaccia della concorrenza cinese ha spinto molte imprese straniere a chiudere gli stabilimenti - racconta Atma Shanto, sindacalista delle Mauritius - con il conseguente licenziamento di circa dieci mila operai». Inoltre, la maggioranza di personale femminile nel settore induce a pensare che alla perdita del lavoro molte donne africane non avranno altra scelta che la prostituzione per sopravvivere. Diverse organizzazioni non governative stanno facendo pressioni sulle imprese europee affinché smettano di delocalizzare dove il lavoro costa meno e pensino piuttosto a migliorare la qualità delle produzioni dove le fabbriche esistono già: «Agli imprenditori chiediamo di essere più trasparenti nella rintracciabilità dei prodotti, così da assicurare ai consumatori che all'origine di ogni abito o stoffa commercializzati in Europa o negli Stati uniti non ci sia sfruttamento», spiega Anjali Kwatra, responsabile della ong Christian Aid. L'agenzia delle Nazioni unite per lo sviluppo, Undp, ha appena pubblicato i risultati di uno studio sulle politiche del lavoro necessarie a compensare gli effetti dell'abolizione delle quote. Partendo dal presupposto della piena e buona occupazione, anche i ricercatori Onu, come da tempo sostengono i sindacati europei, invitano le imprese a puntare sull'innovazione del prodotto, sulla qualità e sull'individuazione di mercati di nicchia. Ma servono anche ammortizzatori sociali e programmi di formazione professionale per dare un'alternativa di lavoro stabile e regolare.
VITTORIO LONGHI/Il Manifesto
posted by wto2003 | 16:50 | commenti