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Osservatorio sul Commercio Mondiale promosso da Rete Lilliput, Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, Roba dell'Altro Mondo, Mani Tese, Crocevia e Gruppo di Appoggio al Movimento Contadino Africano, tra le organizzazioni promotrici della Campagna Questo Mondo Non è In Vendita e aderenti al network internazionale Our World Is Not For Sale. Un blog per informarsi e capire, ma soprattutto per r-ESISTERE e re-AGIRE
TradeWatch

venerdì, 26 novembre 2004
 

Candidatura di Lamy al Wto?
Secondo il Wall Street Journal, l'ex commissario europeo al commercio Pascal Lamy starebbe valutando una sua possibile candidatura al ruolo di Direttore Generale del Wto, poltrona ora occupata dal tailandese Supachai Panitchpakdi, in scadenza di mandato l'anno prossimo. Lamy ha dichiarato ieri ad una radio francese che "non dico che non mi sono posto la domanda. E' qualcosa che considero nella mia mente".
La sua sarebbe al momento l'unica candidatura proveniente da un paese occidentale. Ricordiamo che già l'ultima volta, nel 1999, non si riuscì a trovare un accordo tra i candidati dei paesi "sviluppati" e di quelli "in via di sviluppo", e venne deciso alla fine di dividere li mandato in due, tra il neozelandese Mike Moore e appunto Panitchpakdi. Secondo diversi osservatori, questa procedura e le lotte per la nomina contribuirono in maniera determinante al fallimento del vertice di Seattle, nello stesso 1999.
Gli altri tre candidati, oltre Lamy, che sembrano in corsa sono al momento attuale Carlos Perez del Castillo (Uruguay), Luiz Felipe de Seixas Correa (Brasile) e Jaya Cuttaree (Mauritius).




posted by tradewatch | 12:06 | commenti
lunedì, 22 novembre 2004
 

Azione dimostrativa per il nuovo Commissario al Commercio
World Development Movement, Friends of the Earth Europe, Corporate Europe Observatory e Women in Development Europe, quattro organizzazioni attive nel Network Seattle to Brussels, hanno organizzato oggi a Bruxelles un'azione dimostrativa di "benvenuto" al nuovo Commissario al Commercio, l'inglese Peter Mandelson.
Questa mattina un pupazzo raffigurante Mandelson, manovrato da un "lobbista delle multinazionali" è stato piazzato nelle vicinanze della Commissione, in occasione del primo giorno di lavoro della nuova Commissione Europea. L'azione ha lo scopo di denunciare gli stretti legami tra la stessa Commissione e i gruppi di lobby del mondo imprenditoriale.
Nei giorni scorsi, oltre 100 Ong avevano scritto al Presidente della Commissione Barroso, chiedendo di agire per bilanciare l'eccessivo peso di queste lobby nell'influenzare le decisioni delle istituzioni europee. In particolare Mandelson e le politiche commerciali dell'UE sono accusate di essere molto "sensibili" alle richieste di quete lobby. Queste impressioni hanno purtroppo già trovato una prima conferma nei giorni scorsi, quando Mandelson, il suo primo giorno da nouvo Commissario, ha deciso di rivolgersi ad un gruppo di lobby dell'industria che aveva organizzato un incontro per promuovere la liberalizzazione del commercio.
Le Ong europee chiedono di porre fine a questi privilegi e di assicurare una maggiore trasparenza nel processo di negoziati sul commercio condotto a livello europeo ed internazionale.
Per maggiori informazioni, e per alcune fotografie dell'azione: www.foeeurope.org






posted by tradewatch | 11:42 | commenti
 
Nuova richiesta dei paesi africani agli Usa sul cotone
Nel corso di una riunione al Wto sul cotone, diversi rappresentanti di paesi africani hnno dichiarato che gli Usa devono rispettare lo spirito dell'accordo con i paesi poveri ed interrompere i sussidi forniti ai loro produttori, che falsano il mercato mondiale, abbassano artificialmente il prezzo internazionale e strangolano le produzioni dei paesi africani.  
"Questi sussidi andrebbero rimossi. Non abbassati, ma rimossi" ha dichiarato Samuel Amehou, l'Ambasciatore del Benin al Wto. "La situazione è urgente, non vogliamo promesse, vogliamo soluzioni" ha aggiunto Amehou. Gli Usa non hanno al momento commentato queste dichiarazioni. Il cotone rappresenta circa il 30% dei ricavi da esportazione per i paesi dell'Africa Occidentale e Centrale, e circa 10 milioni di persone dipendono direttamente dalla sua produzione. I rappresentanti africani stimano che le nazioni produttrici di queste regioni perdono ogni anno circa un miliardo di dollari a causa dei pesanti sussidi pagati dagli Usa, ed in misura minore da Cina e UE, alla propria industria cotonifera.
A luglio, nell'ambito dell'accordo quadro per rilanciare i negoziati Wto, era stata decisa la creazione di una sottocomitato per discutere delle questioni del cotone, nell'ambito dei negoziati agricoli. Il comitato dovrebbe diventare operativo in questi giorni e discutere le proposte dei paesi africani per una eliminazione dei sussidi dei paesi ricchi. Amehou, parlando anche a nome di Burkina Faso, Mali e Guinea, ha riconosciuto che i paesi poveri hanno pochi strumenti per ottenere qualcosa dai paesi occidentali.
Ricordiamo però che pochi mesi fa una disputa presentata dal Brasile nel Wto ha condannato gli Usa proprio su alcuni programmi di sostengo al cotone, che includevano sussidi all'export giudicati illegali o pagamenti domestici superiori a quanto consentito. Gli Usa sono ricorsi in appello il mese scorso. Una sentenza definitiva potrebbe forse spostare i rapporti di potere ed il comportamento degli Usa anche verso i paesi africani. Secondo diversi osservatori è però inconcepibile che sia necessario attendere le decisioni ufficiali del "tribunale" del Wto per cercare una soluzione ad un problema tanto urgente, e dalle drammatiche implicazioni per alcuni dei paesi più poveri del pianeta.




posted by tradewatch | 11:23 | commenti
venerdì, 19 novembre 2004
 

PROTESTE DEI CONTADINI CONTRO AUMENTO IMPORTAZIONE RISO VOLUTO DAL WTO
Politics/Economy, Brief
da www.misna.org
La polizia di Seul ha disperso con la forza una manifestazione di contadini che protestavano contro possibili nuove aperture del mercato locale a importazioni di riso dall’estero. I dimostranti sono stati fermati mentre armati di sassi e bastoni si dirigevano verso la ‘Casa blu’, il palazzo presidenziale, urlando la loro opposizione al piano del governo di raddoppiare la quota annua di riso, stabilita nell’ambito di accordi con l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Dieci anni fà la Corea del Sud è entrata nel Wto, riuscendo però a contrattare una dilazione nel tempo della completa liberalizzazione del suo mercato interno del riso impegnandosi ad acquistare il 4% del fabbisogno annuo da nove altri grandi produttori mondiali. La clausola scade però a dicembre e Seul potrebbe ottenere un’ulteriore dilazione solo passando all’8% delle importazioni. Ma i contadini sono fortemente contrari a ogni innalzamento della quota: il riso cinese, tailandese o americano viene infatti venduto al costo di 550 won al chilo (50 centesimi di dollaro), un quarto rispetto al prezzo del prodotto nazionale. I produttori coreani, i cui guadagni dipendono per il 55% dal riso, temono di essere surclassati dai prodotti stranieri più economici. Analoghe proteste si sono verificate in passato anche per altri settori di produzione agricola dopo la firma di accordi bilaterali, ad esempio l’accordo di libero scambio con il Cile ratificato il febbraio scorso. Il governo, che attualmente sostiene i contadini acquistando il 15% della produzione, deve decidere tra alzare come richiesto la quota di importazione o imporre un sistema di tariffe come già fanno Giappone e Tailandia per tutelare le proprie produzioni; ma quest’ultima opzione è stata contestata dal parlamento. [BF]




posted by tradewatch | 14:46 | commenti
giovedì, 18 novembre 2004
 

Il mondo della moda alla fine dell'era A.C. (Avanti Cina)
Fra poco più di un mese l’industria del tessile e dell’abbigliamento mondiale affronterà l’oceano della liberalizzazione e si troverà ad affrontare una fase di cambiamenti radicali dopo 45 anni di navigazione regolata dal sistema delle quote d’importazione.
A partire dal 1 gennaio 2005, le quote cesseranno di essere un passaporto per l’entrata di tessuti e capi di abbigliamento nei mercati dell’Unione Europea e degli Stati Uniti d’America; per guadagnare quote di mercato ci sarà "libera" competizione.
L’intero settore è in agitazione, milioni di posti di lavoro sono a rischio e tutti gli occhi sono puntati verso un unico attore: la Cina.
Il commercio del settore del Tessile e Abbigliamento (T&A) rappresenta il 5.7 % delle esportazioni mondiali; negli ultimi quarant’anni il suo volume è cresciuto di 60 volte, ben più di quello del totale delle merci (aumentato di 48 volte) e se nel 1962 valeva 6 miliardi di dollari, nel 2001 ne valeva 342 (in termini nominali).
La produzione in questo settore è stata appannaggio dei paesi industrializzati sino agli anni ’80 dopodiché i paesi catalogati come in via di sviluppo (PVS) hanno preso il sopravvento arrivando oggi a contare per il 50% delle esportazioni tessili e per il 70% dell’abbigliamento; la differenza è chiaramente dovuta al minor costo del lavoro in questi paesi ed al fatto che l’abbigliamento è un settore ad alta percentuale di lavoro manuale.
Per i PVS il settore T&A è importante perché spesso si tratta del loro principale settore industriale sia in termini di esportazioni (e pertanto di entrate in valuta straniera importanti per la riduzione del debito estero) sia in termini di occupazione. Per alcuni fra i paesi a più basso reddito (PMS) si tratta di una vera e propria "dipendenza" perché le esportazioni di T&A rappresentano più del 50% del totale delle loro esportazioni industriali, per esempio il 95% del Bangladesh, l’83% della Cambogia, il 75% del Pakistan, il 72% dello Sri Lanka e il 40% della Turchia.
Dal punto di vista dell’occupazione, questo settore occupa 1,8 milioni di persone nel solo Bangladesh, 1,4 in Pakistan e 350 mila nello Sri Lanka.
La liberalizzazione è stata decisa dieci anni orsono durante i negoziati dell’Uruguay Round, quando venne approvato un accordo transitorio (L’Accordo sui Tessili e l’Abbigliamento ATA) che avrebbe reso graduale questo processo. In realtà così non è stato e l’ATA è stato utilizzato dall’industria occidentale semplicemente come uno strumento protezionistico. Il suo utilizzo insieme ad altre forme di politica commerciale ha stabilito la divisione internazionale dei processi produttivi.
I PVS solo nell’imminenza della sua fine si sono accorti che i previsti benefici saranno appannaggio soprattutto della Cina e che molti di loro vedranno chiudersi un ciclo industriale.
Già un anno fa chiedendo ai maggiori produttori del settore e alle catene di vendita quali sarebbero state le loro fonti di approvvigionamento dopo il 2005, la risposta risultava unanime: per il 70/80% dalla Cina. Altro che globalizzazione! Il mondo sembra dividersi fra Cina e resto del mondo e ogni paese che sino ad oggi aveva una industria del settore si chiede se rientrerà in quel 20/30% prodotto non in terra cinese.
Per molti paesi poveri l’unica soluzione per mitigare i danni appare quella di siglare accordi regionali con UE ed USA e magari dimenticare del tutto il miglioramento delle condizioni dei loro lavoratori.
Non è uno scherzo, già il governo del Bangladesh ha annunciato un allentamento della regolamentazione sul lavoro notturno femminile, quello Filippino intende esentare l’industria del settore dalla legislazione sui livelli minimi salariali, in Tunisia l’industria chiede più flessibilità sugli orari di lavoro. Il messaggio ai lavoratori è chiaro: dovete competere con i cinesi.
Il ridicolo è che persino il governo cinese ha recentemente parlato della necessità di allentare i limiti degli orari lavorativi e dell’impossibilità di garantire pensioni e altri contributi sociali: persino la Cina deve competere con se stessa!
E gli imprenditori occidentali cosa dicono?
Che sono i consumatori a decidere, sono loro a non rispettare tempi e costi dell’industria domestica, a voler cose sempre nuove, belle, in tempi rapidi e che costino poco.
Sulla fragilità di chi a tutti i costi deve apparire gradevole e deve consumare per sentirsi vivo sta in piedi un sistema che gioca al ribasso dei diritti umani.
Ma se non vogliamo finire tutti dentro questo tritacarne dobbiamo alzare la testa.
Le organizzazioni internazionali, governi, multinazionali, imprese e consumatori devono capire che nessuno può risolvere il problema da solo e che non si esce dal problema se non avviandosi a garantire dignitose condizioni di lavoro per tutti.
Per il WTO occorre mettere mano a misure di emergenza, considerare con attenzione il problema nell’ambito dei negoziati in corso sulla riduzione delle tariffe dei prodotti industriali ed affrontare un problema dimenticato: prima del commercio vengono i diritti dei lavoratori.
Una analisi sull'imminente liberalizzazione del tessile e dell'abbigliamento è disponibile su: http://www.beati.org/wto





















posted by tradewatch | 14:44 | commenti
mercoledì, 17 novembre 2004
 

L'UE alla battaglia commerciale con gli Usa
Il Financial Times di oggi riporta la notizia che l'UE avrebbe deciso di pubblicare una lista di prodotti Usa sui quali applicare sanzioni commerciali. Ricordiamo che nei mesi scorsi il "tribunale" del Wto aveva dato ragione all'UE e ad altri paesi, tra cui Corea del Sud e Giappone, nella loro disputa commerciale contro gli Usa. Questi ultimi erano stati condannati per il loro cosiddetto "emendamento Byrd", una legge che prevede che i soldi recuperati dagli Usa nell'applicazione di misure anti-dumping vengano devoluti alle imprese che avrebbero subito i danni commerciali legati a queste misure. Il Wto ha sentenziato che questo emendamento in realtà permetteva di dare un sussidio alle imprese contrario alle regole del libero commercio dello stesso Wto.
Secondo i regolamenti di questa istituzione, i paesi vincitori della disputa possono ora applicare delle sanzioni tariffarie su prodotti di loro scelta, per compensare il danno subito e/o costringere gli Usa ad abrogare l'emendamento in oggetto.
L'UE ha ricevuto il via libera ad applicare delle sanzioni commerciali già ad agosto, ma ha atteso qualche mese per permettere al Congresso Usa di prendere eventuali provvedimenti (e secondo diversi osservatori per non inasprire eccessivamente i rapporti UE - Usa in vista delle elezioni americane). Nella lista sembra che siano particolarmente presi di mira il settore tessile e l'industria del legno, ma anche l'agricoltura.
L'importo esatto delle sanzioni applicabili dipende da quanto gli Usa hanno raccolto grazie all'emendamento Byrd, e non è quindi ancora stato determinato. Al momento il Congresso non sembra comunque intenzionato a rivedere questa norma.





posted by tradewatch | 11:24 | commenti
giovedì, 11 novembre 2004
 

Il Wto condanna gli Usa sulle limitazioni al gioco d'azzardo on-line
Il "tribunale" del Wto ha emesso ieri un verdetto formale circa una disputa tra Antigua e Barbuda e gli Stati Uniti. Il minuscolo stato dei Caraibi aveva citato in giudizio gli Usa dopo che quest'ultimi avevano deciso di proibire le scommesse via Internet. Una delle poche industrie fiorenti ad Antigua e Barbuda riguarda proprio le scommesse ed il gioco d'azzardo on-line, e la decisione degli Usa di non aprire questo settore alla liberalizzazione avrebbe potuto avere pesanti conseguenze.
Secondo il panel del Wto, gli Usa si erano impegnati a liberalizzare i propri servizi di scommesse e puntate all'interno del negoziato Gats del Wto. Questa limitazione cira le puntate via Internet assicurate da imprese estere violerebbe quindi il libero commercio e va rimossa.
Al di là della disputa in se, questa sentenza, se confermata anche in appello, potrebbe avere delle ripercussioni enormi sull'interpretazione in sede Wto circa la liberalizzazione dei servizi.




posted by tradewatch | 13:51 | commenti (1)
venerdì, 05 novembre 2004
 

Accordo regionale tra le nazioni del Sud America
Il Financial Times di oggi riporta una notizia secondo la quale il mese prossimo i capi di Stato delle nazioni del Sud America dovrebbero firmare la costituzione del South American Community of Nations, primo passo verso un'integrazione regionale.
L'obiettivo è di promuovere l'integrazione politica ed economica. Alcuni paesi hanno sostenuto che questo accordo storico potrebbe aiutare il Sud America a bilanciare lo strapotere Usa nella regione, rafforzando il potere negoziale dei singoli paesi. Questo accordo è visto ad esempio in campo commerciale come una risposta al tentativo Usa di portare a conclusione l'Accordo di Libero Commercio delle Americhe - ALCA.
Il Ministro degli Esteri brasiliano, Celso Amorin ha dichiarato che "l'accordo rafforzerà la regione nei suoi negoziati commerciali con i paesi sviluppati".
Questo accordo segue quello del mese scorso tra i paesi del Mercosur e quelli della Comunità Andina. Cile, Guyana, Suriname e Guiana francese, che erano stati esclusi da quell'accordo, faranno invece adesso parte del South American Group.
Al momento il gruppo non avrà una sede legale o dei dipendenti, ma la presidenza sarà assunta a turno dai diversi paesi, iniziando dal Perù.
Entro sei mesi verrà redatto un nuovo trattato per regolarne il funzionamento. Il gruppo sembra malgrado tutto molto fragile al momento, sia per le divergenze interne, sia per l'elevata dipendenza di molti paesi dagli Usa, che potrebbero condizionarne i lavori.







posted by tradewatch | 13:20 | commenti
mercoledì, 03 novembre 2004
 
Ministeriale informale e ristretta a Davos?
Secondo il Direttore Generale del Wto Supachai il Wto potrebbe tenere una riunione Ministeriale ristretta in occasione del Forum Economico Mondiale di Davos, nel gennaio del 2005. L'Agence Europe riporta le dichiarazioni di Supachai secondo le quali "ci saranno diversi ministri presenti a Davos, e saremo probabilmente in grado di tenere un meeting ministeriale informale con circa 20 - 25 ministri", sui 148 paesi membri del Wto.
Questo dovrebbe essere il primo di molti appuntamenti preparatori del 2005 in vista della Conferenza Ministeriale di Hong Kong, prevista dal 13 al 18 dicembre. Sono diversi anni che da molte parti questi incontri informali vengono duramente criticati, per il ristretto numero di partecipanti e la quasi costante esclusione di rappresentanti di alcune aree gfeografiche del sud del mondo, e per la scarsa trasparenza e democrazia di incontri ristretti che tracciano le basi per il lavoro che dovrebbe svolgersi a livello multilaterale.


posted by tradewatch | 11:55 | commenti
martedì, 02 novembre 2004
 
Contraddizioni nelle regole del Wto: possibile uno scontro commerciale senza precedenti?
Un articolo di ieri del Miami Herald riporta l'opinione dell'ex giudice sulle questioni di commercio internazionale James Bacchus. Secondo Bacchus, che ha lavorato per otto anni come giudice all'interno del "tribunale" del Wto, una contraddizione delle regole interne dello stesso Wto potrebbe portare ad uno dei più grandi scontri sulle materie commerciali di sempre, se solo un paese facesse la prima mossa.
La maggior parte delle centinaia di accordi regionali di libero commercio negoziati nell'ultimo decennio non hanno infatti ad oggi ottenuto l'approvazione del Wto che certifichi in particolare il loro rispetto dell'Articolo XXIV. Quest'ultimo articolo permette ai paesi memebri di formare blocchi reionali, come l'Unione Europea o l'Accordo di libero commercio del Nord-america (NAFTA), e concedere condizioni commerciali migliori ad alcuni partner selezionati.
Potenzialmente, un paese terzo potrebbe inoltrare una protesta al Wto, accusando questi accordi regionali di discriminazione, ovvero sostenendo che questi accordi sono contrari all'Art. I del regolamento del Wto redatto nel 1994. Quest'ultimo articolo riguarda il principio della "most favored nation", secondo il quale un trattamento verso un dato paese non può discriminare i prodotti di ogni altro paese membro del Wto.
"Ci sono molte contraddizioni all'interno del Wto" ha dichiarato Bacchus, sottolineando che anche alcuni dei maggiori accordi commerciali al mondo, come appunto il NAFTA o il Mercosur, non hanno mai riceuvto l'apporvazione del Wto. "Questa è una bomba ad orologeria legale che aspetta di esplodere" ha aggiunto Bacchus "sono molto contento che non l'abbia fatto mentre ero membro dell'Organismo di Appello del Wto".



posted by tradewatch | 12:22 | commenti
 

Storica vittoria in Uruguay: l’acqua è un diritto umano!

Con oltre il 60% di si, i cittadini dell’Uruguay hanno approvato la Riforma Costituzionale per la Difesa dell’Acqua, che inserisce nella Costituzione l’acqua come diritto umano e pone le basi per un suo utilizzo pubblico, partecipativo e sostenibile.
Il referendum era stato proposto dalla Commissione Nazionale per la Difesa dell’Acqua e della Vita (CNDAV in spagnolo). Questa Commissione era stata creata nel 2002 come risposta alla lettera di intenti firmata dal Governo dell’Uruguay con il Fondo Monetario Internazionale, che impegnava il paese sudamericano ad estendere la privatizzazione dell’acqua potabile e dei servizi sanitari all’intero paese.

L’anno scorso il processo di privatizzazione era iniziato nella regione di Maldonado, e come nella maggior parte dei casi, le conseguenze erano state decisamente negative. Ampi settori della popolazione erano stati esclusi dall’accesso all’acqua potabile a causa dell’aumento dei costi ed al peggioramento del servizio rispetto a quanto garantito dalla compagnia statale OSE. Altrettanto gravi le prime conseguenze dal punto di vista economico ed ambientale, oltre che sociale.

Come risposta il sindacato della compagnia di gestione statale – FFOSE, e REDES FOE (la sezione locale di Friends of the Earth), con altre organizzazioni, hanno fondato la CNDAV. Malgrado le sottoscrizioni di ampie parti della società civile e di alcuni partiti politici, il plebiscito sull’acqua ha ricevuto poca attenzione dai media ed ha dovuto confrontarsi con le dure azioni di lobby politica e sui media delle imprese private e del mondo industriale.

Solo pochi mesi fa sembrava che la percentuale di si alla domanda referendaria fosse inferiore al 50%. Lo straordinario risultato di ieri  è invece di oltre un milione e trecentomila si per la riforma costituzionale che dovrebbe impedire future privatizzazioni dell’acqua, garantendone l’accesso a tutti in base al fatto che si tratta di un diritto umano fondamentale. In termini percentuali, il 62, 75% dei cittadini dell’Uruguay ha detto forte e chiaro che l’acqua non è e non può essere considerata un bene o servizio commerciale.

Si tratta di un risultato di portata storica. In primo luogo rappresenta finalmente una netta inversione di rotta ed uno stop ai tentativi di mercificazione e privatizzazione dell’acqua. In secondo luogo, il voto dell’Uruguay dimostra come una campagna di informazione dal basso, che muove e coinvolge i cittadini su questi temi, può riportare delle vittorie fondamentali.

Il voto dell’Uruguay deve servire da esempio e modello per estendere lo stesso principio ad altri paesi e ad altri settori (a partire da sanità ed istruzione), per escluderli da qualunque tentativo di mercificazione e privatizzazione. Intanto, oggi si festeggia un grande risultato, che apre le porte per una gestione dell’acqua, diritto umano e non più bene commerciale, su basi pubbliche, di partecipazione sociale e con criteri di sostenibilità.


posted by tradewatch | 10:24 | commenti