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venerdì, 26 novembre 2004
Candidatura di Lamy al Wto? lunedì, 22 novembre 2004
Azione dimostrativa per il nuovo Commissario al Commercio Nuova richiesta dei paesi africani agli Usa sul cotone
Nel corso di una riunione al Wto sul cotone, diversi rappresentanti di paesi africani hnno dichiarato che gli Usa devono rispettare lo spirito dell'accordo con i paesi poveri ed interrompere i sussidi forniti ai loro produttori, che falsano il mercato mondiale, abbassano artificialmente il prezzo internazionale e strangolano le produzioni dei paesi africani. "Questi sussidi andrebbero rimossi. Non abbassati, ma rimossi" ha dichiarato Samuel Amehou, l'Ambasciatore del Benin al Wto. "La situazione è urgente, non vogliamo promesse, vogliamo soluzioni" ha aggiunto Amehou. Gli Usa non hanno al momento commentato queste dichiarazioni. Il cotone rappresenta circa il 30% dei ricavi da esportazione per i paesi dell'Africa Occidentale e Centrale, e circa 10 milioni di persone dipendono direttamente dalla sua produzione. I rappresentanti africani stimano che le nazioni produttrici di queste regioni perdono ogni anno circa un miliardo di dollari a causa dei pesanti sussidi pagati dagli Usa, ed in misura minore da Cina e UE, alla propria industria cotonifera. A luglio, nell'ambito dell'accordo quadro per rilanciare i negoziati Wto, era stata decisa la creazione di una sottocomitato per discutere delle questioni del cotone, nell'ambito dei negoziati agricoli. Il comitato dovrebbe diventare operativo in questi giorni e discutere le proposte dei paesi africani per una eliminazione dei sussidi dei paesi ricchi. Amehou, parlando anche a nome di Burkina Faso, Mali e Guinea, ha riconosciuto che i paesi poveri hanno pochi strumenti per ottenere qualcosa dai paesi occidentali. Ricordiamo però che pochi mesi fa una disputa presentata dal Brasile nel Wto ha condannato gli Usa proprio su alcuni programmi di sostengo al cotone, che includevano sussidi all'export giudicati illegali o pagamenti domestici superiori a quanto consentito. Gli Usa sono ricorsi in appello il mese scorso. Una sentenza definitiva potrebbe forse spostare i rapporti di potere ed il comportamento degli Usa anche verso i paesi africani. Secondo diversi osservatori è però inconcepibile che sia necessario attendere le decisioni ufficiali del "tribunale" del Wto per cercare una soluzione ad un problema tanto urgente, e dalle drammatiche implicazioni per alcuni dei paesi più poveri del pianeta. venerdì, 19 novembre 2004
PROTESTE DEI CONTADINI CONTRO AUMENTO IMPORTAZIONE RISO VOLUTO DAL WTO giovedì, 18 novembre 2004
Il mondo della moda alla fine dell'era A.C. (Avanti Cina) Il commercio del settore del Tessile e Abbigliamento (T&A) rappresenta il 5.7 % delle esportazioni mondiali; negli ultimi quarant’anni il suo volume è cresciuto di 60 volte, ben più di quello del totale delle merci (aumentato di 48 volte) e se nel 1962 valeva 6 miliardi di dollari, nel 2001 ne valeva 342 (in termini nominali). La produzione in questo settore è stata appannaggio dei paesi industrializzati sino agli anni ’80 dopodiché i paesi catalogati come in via di sviluppo (PVS) hanno preso il sopravvento arrivando oggi a contare per il 50% delle esportazioni tessili e per il 70% dell’abbigliamento; la differenza è chiaramente dovuta al minor costo del lavoro in questi paesi ed al fatto che l’abbigliamento è un settore ad alta percentuale di lavoro manuale. Per i PVS il settore T&A è importante perché spesso si tratta del loro principale settore industriale sia in termini di esportazioni (e pertanto di entrate in valuta straniera importanti per la riduzione del debito estero) sia in termini di occupazione. Per alcuni fra i paesi a più basso reddito (PMS) si tratta di una vera e propria "dipendenza" perché le esportazioni di T&A rappresentano più del 50% del totale delle loro esportazioni industriali, per esempio il 95% del Bangladesh, l’83% della Cambogia, il 75% del Pakistan, il 72% dello Sri Lanka e il 40% della Turchia. Dal punto di vista dell’occupazione, questo settore occupa 1,8 milioni di persone nel solo Bangladesh, 1,4 in Pakistan e 350 mila nello Sri Lanka. La liberalizzazione è stata decisa dieci anni orsono durante i negoziati dell’Uruguay Round, quando venne approvato un accordo transitorio (L’Accordo sui Tessili e l’Abbigliamento ATA) che avrebbe reso graduale questo processo. In realtà così non è stato e l’ATA è stato utilizzato dall’industria occidentale semplicemente come uno strumento protezionistico. Il suo utilizzo insieme ad altre forme di politica commerciale ha stabilito la divisione internazionale dei processi produttivi. I PVS solo nell’imminenza della sua fine si sono accorti che i previsti benefici saranno appannaggio soprattutto della Cina e che molti di loro vedranno chiudersi un ciclo industriale. Già un anno fa chiedendo ai maggiori produttori del settore e alle catene di vendita quali sarebbero state le loro fonti di approvvigionamento dopo il 2005, la risposta risultava unanime: per il 70/80% dalla Cina. Altro che globalizzazione! Il mondo sembra dividersi fra Cina e resto del mondo e ogni paese che sino ad oggi aveva una industria del settore si chiede se rientrerà in quel 20/30% prodotto non in terra cinese. Per molti paesi poveri l’unica soluzione per mitigare i danni appare quella di siglare accordi regionali con UE ed USA e magari dimenticare del tutto il miglioramento delle condizioni dei loro lavoratori. Non è uno scherzo, già il governo del Bangladesh ha annunciato un allentamento della regolamentazione sul lavoro notturno femminile, quello Filippino intende esentare l’industria del settore dalla legislazione sui livelli minimi salariali, in Tunisia l’industria chiede più flessibilità sugli orari di lavoro. Il messaggio ai lavoratori è chiaro: dovete competere con i cinesi. Il ridicolo è che persino il governo cinese ha recentemente parlato della necessità di allentare i limiti degli orari lavorativi e dell’impossibilità di garantire pensioni e altri contributi sociali: persino la Cina deve competere con se stessa! E gli imprenditori occidentali cosa dicono? Che sono i consumatori a decidere, sono loro a non rispettare tempi e costi dell’industria domestica, a voler cose sempre nuove, belle, in tempi rapidi e che costino poco. Sulla fragilità di chi a tutti i costi deve apparire gradevole e deve consumare per sentirsi vivo sta in piedi un sistema che gioca al ribasso dei diritti umani. Ma se non vogliamo finire tutti dentro questo tritacarne dobbiamo alzare la testa. Le organizzazioni internazionali, governi, multinazionali, imprese e consumatori devono capire che nessuno può risolvere il problema da solo e che non si esce dal problema se non avviandosi a garantire dignitose condizioni di lavoro per tutti. Per il WTO occorre mettere mano a misure di emergenza, considerare con attenzione il problema nell’ambito dei negoziati in corso sulla riduzione delle tariffe dei prodotti industriali ed affrontare un problema dimenticato: prima del commercio vengono i diritti dei lavoratori. Una analisi sull'imminente liberalizzazione del tessile e dell'abbigliamento è disponibile su: http://www.beati.org/wto mercoledì, 17 novembre 2004
L'UE alla battaglia commerciale con gli Usa giovedì, 11 novembre 2004
Il Wto condanna gli Usa sulle limitazioni al gioco d'azzardo on-line posted by tradewatch
| 13:51
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venerdì, 05 novembre 2004
Accordo regionale tra le nazioni del Sud America mercoledì, 03 novembre 2004
Ministeriale informale e ristretta a Davos?
Secondo il Direttore Generale del Wto Supachai il Wto potrebbe tenere una riunione Ministeriale ristretta in occasione del Forum Economico Mondiale di Davos, nel gennaio del 2005. L'Agence Europe riporta le dichiarazioni di Supachai secondo le quali "ci saranno diversi ministri presenti a Davos, e saremo probabilmente in grado di tenere un meeting ministeriale informale con circa 20 - 25 ministri", sui 148 paesi membri del Wto. Questo dovrebbe essere il primo di molti appuntamenti preparatori del 2005 in vista della Conferenza Ministeriale di Hong Kong, prevista dal 13 al 18 dicembre. Sono diversi anni che da molte parti questi incontri informali vengono duramente criticati, per il ristretto numero di partecipanti e la quasi costante esclusione di rappresentanti di alcune aree gfeografiche del sud del mondo, e per la scarsa trasparenza e democrazia di incontri ristretti che tracciano le basi per il lavoro che dovrebbe svolgersi a livello multilaterale. martedì, 02 novembre 2004
Contraddizioni nelle regole del Wto: possibile uno scontro commerciale senza precedenti?
Un articolo di ieri del Miami Herald riporta l'opinione dell'ex giudice sulle questioni di commercio internazionale James Bacchus. Secondo Bacchus, che ha lavorato per otto anni come giudice all'interno del "tribunale" del Wto, una contraddizione delle regole interne dello stesso Wto potrebbe portare ad uno dei più grandi scontri sulle materie commerciali di sempre, se solo un paese facesse la prima mossa. La maggior parte delle centinaia di accordi regionali di libero commercio negoziati nell'ultimo decennio non hanno infatti ad oggi ottenuto l'approvazione del Wto che certifichi in particolare il loro rispetto dell'Articolo XXIV. Quest'ultimo articolo permette ai paesi memebri di formare blocchi reionali, come l'Unione Europea o l'Accordo di libero commercio del Nord-america (NAFTA), e concedere condizioni commerciali migliori ad alcuni partner selezionati. Potenzialmente, un paese terzo potrebbe inoltrare una protesta al Wto, accusando questi accordi regionali di discriminazione, ovvero sostenendo che questi accordi sono contrari all'Art. I del regolamento del Wto redatto nel 1994. Quest'ultimo articolo riguarda il principio della "most favored nation", secondo il quale un trattamento verso un dato paese non può discriminare i prodotti di ogni altro paese membro del Wto. "Ci sono molte contraddizioni all'interno del Wto" ha dichiarato Bacchus, sottolineando che anche alcuni dei maggiori accordi commerciali al mondo, come appunto il NAFTA o il Mercosur, non hanno mai riceuvto l'apporvazione del Wto. "Questa è una bomba ad orologeria legale che aspetta di esplodere" ha aggiunto Bacchus "sono molto contento che non l'abbia fatto mentre ero membro dell'Organismo di Appello del Wto".
Storica vittoria in Uruguay: l’acqua è un diritto umano! Con oltre il 60% di si, i cittadini dell’Uruguay hanno approvato la Riforma Costituzionale per la Difesa dell’Acqua, che inserisce nella Costituzione l’acqua come diritto umano e pone le basi per un suo utilizzo pubblico, partecipativo e sostenibile. L’anno scorso il processo di privatizzazione era iniziato nella regione di Maldonado, e come nella maggior parte dei casi, le conseguenze erano state decisamente negative. Ampi settori della popolazione erano stati esclusi dall’accesso all’acqua potabile a causa dell’aumento dei costi ed al peggioramento del servizio rispetto a quanto garantito dalla compagnia statale OSE. Altrettanto gravi le prime conseguenze dal punto di vista economico ed ambientale, oltre che sociale. Come risposta il sindacato della compagnia di gestione statale – FFOSE, e REDES FOE (la sezione locale di Friends of the Earth), con altre organizzazioni, hanno fondato la CNDAV. Malgrado le sottoscrizioni di ampie parti della società civile e di alcuni partiti politici, il plebiscito sull’acqua ha ricevuto poca attenzione dai media ed ha dovuto confrontarsi con le dure azioni di lobby politica e sui media delle imprese private e del mondo industriale. Solo pochi mesi fa sembrava che la percentuale di si alla domanda referendaria fosse inferiore al 50%. Lo straordinario risultato di ieri è invece di oltre un milione e trecentomila si per la riforma costituzionale che dovrebbe impedire future privatizzazioni dell’acqua, garantendone l’accesso a tutti in base al fatto che si tratta di un diritto umano fondamentale. In termini percentuali, il 62, 75% dei cittadini dell’Uruguay ha detto forte e chiaro che l’acqua non è e non può essere considerata un bene o servizio commerciale. Si tratta di un risultato di portata storica. In primo luogo rappresenta finalmente una netta inversione di rotta ed uno stop ai tentativi di mercificazione e privatizzazione dell’acqua. In secondo luogo, il voto dell’Uruguay dimostra come una campagna di informazione dal basso, che muove e coinvolge i cittadini su questi temi, può riportare delle vittorie fondamentali. Il voto dell’Uruguay deve servire da esempio e modello per estendere lo stesso principio ad altri paesi e ad altri settori (a partire da sanità ed istruzione), per escluderli da qualunque tentativo di mercificazione e privatizzazione. Intanto, oggi si festeggia un grande risultato, che apre le porte per una gestione dell’acqua, diritto umano e non più bene commerciale, su basi pubbliche, di partecipazione sociale e con criteri di sostenibilità. |